Limbranautilus – famosi detti latini 2

di limbranauta

Continuiamo, costretti dall’entusiasmo della critica, la nostra disamina rivelatrice sui più noti detti latini, fin qui mistificati dalle forze del male (sempre la Cia), allo scopo di sterilizzare il buonsenso e rendere tutti unpocoopachi.
“Tempus fugit irreparabile”: questa massima si ritiene essere la prima traccia lasciata dal primo imbranauta apparso sulla terra. Rinvenuta nei vespasiani del Colosseo era incisa su di un pilastro e faceva parte di un più ampio sonetto solo successivamente portato alla luce, il quale recitava pressappoco così: “la storia raguttata / non me l’hai mai data / stupidina del Dolo / te la tieni stretta / come il numero del bancomat / ma tempus fugit irreparabile / e tu sei già vecchia come un mobile”. La frase in questione riguardava com’è facile intuire la fugacità delle cose terrene, o più semplicemente evidenziava come il tempo passi inevitabilmente per tutti e non valga la pena di preservare le proprie virtù e i propri averi indefinitamente, ma le forze abbastanza scure vollero svilirne la grandezza provincializzandone il senso nell’ormai tristemente noto “Tempus Fiuggi inenarrabile”, traducibile in un banale “a Fiuggi fa sempre un tempo di merda”.
Altro caso notissimo, “Passera meae puellae”, la catulliana celebrazione delle femminilità, è stata censurata dal regime orwelliano trasformandola in un assurdo e insensato “passer meae puellae”, dove si confondono le acque al fine di creare insicurezza e grossa confusiòn: “oh passero delizia della mia fanciulla” nell’accezione moderna è ovviamente un depistaggio machista malcelato dal doppiosenso smaccatamente sessista.
“O tempora o mores”: le moderne ricerche, epurate le fonti dalla solita retorica sovranista, hanno rivelato che in origine questa era semplicemente l’insegna del primo ristorante nipporomano, citato nel plautiano “Miles gloriosus” e che per l’esattezza recava la scritta “o tempura o more’, ad indicare a scanso di proteste ed equivoci le uniche due pietanze disponibili, finché un genio della Cia romana lo trasformò nell’ennesimo tentativo di condizionare le coscienze tramite un’operazione subliminale di moralizzazione perpetratasi immutata nel corso dei secoli nelle varie forme gergali come “eh che tempi” o “non è più i tempi che fu” et similia (e via così).
“Repetita juve” è un detto nato da un contrasto su di un pareggio Ercolano-Juve nel 78 a.c., che la tifoseria partenopea giudicò falsato dall’intervento arbitrale e di cui chiedeva la ripetizione. Ovviamente anche questo fu sfruttato per farne un punto cardine per il controllo delle masse con la subdola insinuazione, “repetita juvant”, che la ripetizione ipnotica è non solo necessaria ma addirittura benigna.

(D+G)

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