Moquette

di limbranauta

La moquette rosa fucsia spessa una spanna e attaccato al suo trespolo d’oro il pappagallo elettronico che appena sente un rumore dice un sacco di parolacce. Sul muro dei quadri di tornados, viola. Lei tiene in mano un lungo bicchiere pieno di liquidi colorati, a strati. Con la cannuccia beve solo lo strato verde, gli altri sono velenosi. Si rimette a posto la pinza per i capelli che ha la forma di ranocchia, con gli occhi che si accendono e si spengono, rossi. E’ vestita di piume di struzzo spruzzate di lustrini, doppio mento e cerone, ciglia finte e occhi bistrati, calze antivaricose color pulce. Ti invita con un piccolo gesto dell’indice, ma tu rimani immobile, impietrito. Cosa c’è, carino, ti chiede con la voce di una che ha fumato una piantagione di tabacco, cosa c’è, sei timido? Vieni, vieni a bere qualcosa e mentre ti invita con un gesto più sicuro una scarpa numero cinquantadue le scivola dal piede e cade sulla moquette rosa. I tuoi occhi si spostano sul lampadario fatto di ferri di cavallo saldati assieme. Bevi solo quello verde, ti dice indicando uno degli strati della bevanda. Gli altri ti fanno morire.

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